Le sue dita si fermarono a mezz’aria, a pochi centimetri da quel piccolo foglietto bianco che sembrava essersi materializzato dal nulla. Martina lo prese con cautela, come se potesse bruciarle la pelle. La grafia a penna blu era pulita, decisa, e le parole rimasero a fluttuare nella sua mente per tutto il giorno.
“18:45. Non mancare.”
Non era un indirizzo. Non era un luogo. Solo un’ora e un imperativo.
Durante la giornata, quel pezzetto di carta divenne un chiodo fisso. Lo infilò nella tasca del grembiule, poi lo tirò fuori, lo rigirò tra le mani, lo appoggiò sotto la cassa. Le pareva di vederlo ovunque, su ogni tazzina che serviva, nell’angolo vuoto del bancone. Chi era davvero quell’uomo? E perché non le aveva parlato?
La sua mente si affollava di domande. Sarebbe stato un appuntamento in piena regola? O magari una trappola? In fondo, non conosceva nemmeno il suo nome. La parte razionale le urlava di restare a casa, di dimenticare tutto. Ma un’altra parte, quella che aveva avvertito quel vuoto il giorno prima, le sussurrava che non poteva non andare. Era un’opportunità di mettere un nome e un volto a quella presenza silenziosa che le aveva scandito le mattine.
Alle 18:30, la decisione era ormai presa. Martina tirò giù la serranda, lasciando il profumo di caffè e cornetti chiusi nel suo piccolo mondo. Si cambiò in fretta, indossando una semplice maglia di lana e un paio di jeans. Non si truccò, non voleva fingere di essere qualcun altro. Arrivò in una piccola piazzetta del centro, illuminata solo da un lampione antico. Il cuore le batteva all’impazzata, mescolando paura e speranza.
Era lì.
Appoggiato al muro di un vecchio palazzo, le mani in tasca, gli occhi fissi sull’orologio. Era ancora più alto di come se lo fosse immaginato da dietro il bancone. Quando la vide, il suo sguardo si illuminò e un sorriso, più grande di quello che le riservava ogni mattina, gli si disegnò sulle labbra.
“Martina,” disse con una voce che era un mix perfetto tra timidezza e sollievo. “Mi chiamo Alessandro. Sapevo che saresti venuta.”
Le porse una tazzina fumante, identica a quelle che usava al bar, ma che teneva in una mano come fosse la cosa più preziosa.
“Era l’unico modo che ho trovato per chiederti di uscire,” continuò, indicando la tazzina. “Ho pensato che, se la nostra storia era destinata a iniziare, doveva farlo con
un caffè.”

